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I videogiochi LGBTQ+ hanno una storia che vale la pena di ricordare

LGBTQ Video Game Archive
(Image credit: TechRadar/R Healey Art)

I personaggi queer nei videogiochi sono ormai piuttosto diffusi. Personaggi giocabili come Alexios e Kassandra di Assassin’s Creed Odyssey ed Ellie di The Last of Us 2 sono queer, anche se non tutti i loro tratti distintivi si basano sulla loro sessualità. Ma da quant’è che questa è diventata la normalità in ambito gaming? Chi ha spianato la strada per l’arrivo di personaggi complessi come Ellie?

Riscoprire le origini e l’evoluzione dei giochi e dei personaggi queer, preservandone la memoria per i posteri, è un impegno che finora nessuno sembra essersi voluto assumere. Questo almeno finchè Adrienne Shaw, della Temple University di Philadelphia, USA, ha deciso di prendersene la responsabilità.

La nascita dell'LGBTQ+ Video Game Archive

LGBTQ Video Game Archive

LGBTQ Video Game Archive (Image credit: LGBTQ Video Game Archive)

“Dopo dieci anni di ricerca nel campo del gaming LGBTQ+, nessuno si era ancora preso la responsabilità di portare a termine un progetto che a me sembrava logico e scontato, quindi ho pensato che fosse un segno e mi sono fatta avanti io”, spiega Shaw ridendo. 

"Sarebbe davvero triste se mai arrivasse il giorno in cui avrò finito il lavoro, perchè questo significherebbe che non ci sono più nuovi giochi con contenuti queer da scoprire".

Adrienne Shaw

Come parte dei suoi studi universitari, Shaw ha iniziato un progetto di ricerca nell’ambito della rappresentazione del mondo queer nei videogiochi. Ha cercato gli sviluppatori che hanno lavorato su contenuti queer, creando ad uso personale una lista di 51 giochi. Ancora non sapeva che tutto questo si sarebbe trasformato in un lavoro della durata di dieci anni. Nel 2015 Shaw ha deciso di creare una classifica più completa di 151 videogiochi queer, che è diventata una collezione in costante crescita: questo è stato l’inizio dell’LGBTQ+ Video Game Archive. Grazie ai consigli e ai suggerimenti dei fan, Shaw continua a lavorare all’archivio nel suo tempo libero, sviluppando un ricco database online che raccoglie tutti i particolari sui contenuti queer presenti nei vari videogiochi. Tutte le novità necessitano di un po’ di tempo per entrare a far parte dell’archivio, ma per Shaw questo non è altro che un lavoro fatto per passione.

“In realtà è una cosa positiva che ci stia volendo così tanto tempo a mettere insieme tutti i pezzi. Sarebbe davvero triste se mai arrivasse il giorno in cui avrò finito il lavoro, perchè questo significherebbe che non ci sono più nuovi giochi con contenuti queer da scoprire”.

La lista iniziale di 151 giochi di Shaw ora ne conta più di 1.200. Il videogioco più vecchio è Bunnies & Burrows del 1976, un RPG ispirato al romanzo La collina dei conigli in cui i giocatori vestono i panni di conigli intelligenti che interagiscono tra loro, sfuggendo alle volpi e ad altri pericoli. Come dicevamo, l’articolo è incentrato sui videogiochi ed è gestito dalla stessa Shaw con l’aiuto di un’assistente. Ma, con esattezza, com’è che riescono a schedare tutti i videogiochi queer mai esistiti?

Un lavoro di collaborazione

If Found

If Found (Image credit: Annapurna Interactive)

Molti dei nuovi giochi inseriti nell’archivio sono stati suggeriti dai fan, da qualcuno che magari ha giocato a un vecchio videogioco queer anni fa e ne conserva il ricordo, oppure si è imbattuto in una nuova uscita passata inosservata. 

Vengono accolte le richieste per inserire qualunque videogioco queer, non importa quanto conosciuto sia. Questo significa che vengono incluse anche le rappresentazioni negative: secondo Shaw, è importante documentare anche la loro esistenza. Tutti i giochi dell’archivio richiedono tra le 5 e le 80 ore di lavoro per Shaw o la sua assistente prima di essere inseriti.

“Non possiedo le risorse o il tempo per giocare e analizzare in prima persona tutti i giochi queer mai esistiti, ma possiamo reperire una buona documentazione esaustiva su questi giochi grazie ai forum, a Wikipedia, a YouTube, ai siti creati dai fan e alle guide”, spiega Shaw.

L’aspetto della collaborazione è fondamentale per la sopravvivenza dell’archivio. Shaw ha iniziato a lavorare al progetto per passione, e continua a farlo parallelamente al suo lavoro principale. Chiunque voglia venire coinvolto nell’arricchimento dell’archivio lo fa per preservare la memoria di giochi che altrimenti svanirebbero nell’oblio, ed è un bene che ci siano ancora tante persone interessate a farlo prima che sia troppo tardi.

Gaming LGBTQ+: il conto alla rovescia verso l’estinzione 

Gone Home

Gone Home (Image credit: Fullbright)

Un lavoro del genere presenta molte sfide: dopo un certo limite di tempo la tecnologia necessaria per giocare a un vecchio videogame diventa obsoleta, e il ricordo di quel gioco inizia a svanire.

"Una delle cose peggiori è non sapere di quanto materiale abbiamo già perso traccia".

Adrienne Shaw

Shaw si è imbattuta nel videogioco Caper in the Castro quasi per caso, facendo ricerche su un altro gioco. Si tratta di un gioco di avventura e mistero sviluppato nel 1989 da C.M. Ralph a scopo benefico: ai giocatori infatti veniva chiesto di fare una donazione a un’organizzazione impegnata nella lotta contro l’AIDS dopo aver scaricato il gioco. Ralph era particolarmente motivato a raccogliere fondi per tale causa, dal momento che il 90% dei suoi amici più stretti era morto a seguito di un’infezione da HIV in California.

Caper in the Castro parla di una detective lesbica, Tracker McDyke, che cerca di ritrovare una drag queen scomparsa. É stato uno dei giochi più difficili da inserire nell’archivio per la conservazione: dopo aver rintracciato il disco, il gioco è stato sottoposto a ingegneria inversa per renderlo compatibile con altri sistemi. Ritrovare Caper in the Castro non solo ci ha fatto scoprire uno dei primi personaggi queer dei videogame, ma ci ha dato anche una lezione su quanto possa essere difficile recuperare l’accesso a una vecchia tecnologia quando sono passati tanti anni.

É stata una scoperta grandiosa, ma il fatto che Caper in the Castro sia stato ritrovato per caso è un segnale preoccupante per la conservazione dei giochi LGBTQ+. Quanti ce ne sono? Di quanti non conosciamo l’esistenza? Quanti altri giochi sono ormai andati persi per sempre, a meno di non imbattercisi per puro caso?

“Una delle cose peggiori è non sapere di quanto materiale abbiamo già perso traccia. Non sappiamo quanti giochi sono ormai andati perduti perché chi li ha creati non è più vivo, oppure nessuno si è preoccupato di salvarne una copia”.

Mondi che devono essere salvati

The Last of Us: Left Behind

The Last of Us: Left Behind (Image credit: Naughty Dog)

Perdere traccia di videogiochi queer del passato potrebbe non sembrare una cosa importante, soprattutto se ormai è diventato difficile giocarci. Ma perdere qualunque esempio di rappresentazione queer all’interno dei videogame significa anche lasciarsi sfuggire l’opportunità di conoscere una raffigurazione culturale molto diversa da quella proposta da qualunque altro media. I personaggi queer nei videogiochi spesso non vengono rappresentati in maniera stereotipata, a differenza di quanto si vede comunemente nei film e nei programmi televisivi.  

“I personaggi queer nei media generalmente vestono i panni del cattivo, ma nei videogiochi questo accade più raramente rispetto ai film e ai programmi televisivi. Nell’ambito gaming molti dei personaggi LGBTQ+ vengono rappresentati positivamente, oppure come personaggi neutrali non giocabili che aiutano il protagonista a portare a termine l’avventura”.

Adrienne Shaw

“I personaggi queer nei media generalmente vestono i panni del cattivo, ma nei videogiochi questo accade più raramente rispetto ai film e ai programmi televisivi. Nell’ambito gaming molti dei personaggi LGBTQ+ vengono rappresentati positivamente, oppure come personaggi neutrali non giocabili che aiutano il protagonista a portare a termine l’avventura”.

Nei videogiochi inoltre emergono degli spaccati sulla cultura queer molto diversi rispetto a quelli che appaiono negli altri media. La crisi sanitaria causata dal diffondersi dell’HIV ha sempre trovato molto spazio in correlazione al mondo queer in ambito televisivo. Solo pochi dei giochi queer presenti nell’archivio invece ne fanno menzione, e la maggior parte dei personaggi queer ricopre il ruolo di PNG alleati piuttosto che vestire gli stessi panni stereotipati, visti e rivisti in televisione.

I videogiochi hanno la peculiarità di offrire al giocatore una sorta di evasione dalla realtà. Nei videogame ci sono universi in cui ci si può immergere completamente, e forse è per questo che i videogiochi queer tendono a evitare le tematiche troppo inflazionate e offrire nuove prospettive sulla cultura queer, dimostrando quante altre questioni siano state di importanza cruciale per la comunità queer nel corso del tempo. I personaggi queer nei videogiochi hanno offerto l’opportunità di approfondire tematiche e argomenti che molti dei giocatori in carne e ossa non hanno avuto l’occasione di vivere e sperimentare in prima persona nel mondo reale. In molti videogiochi i personaggi queer venivano ugualmente caricati di connotazioni negative, ma la libertà d’espressione che da sempre caratterizza il mondo del gaming offriva l’opportunità di affrontare comunque tematiche e storie queer diverse e più dinamiche rispetto ai luoghi comuni diffusi nel settore dei media e dell’opinione pubblica.

Positive o negative che siano, le diverse sfumature e prospettive fornite dai giochi LGBTQ+ sulla cultura queer spesso hanno un carattere di unicità difficile da trovare altrove. Shaw e il suo team sono riusciti a vederne il potenziale, e lavorano duro perché tutti possano riconoscerne le particolarità. Vengono condotti molti studi nell’ambito del cinema e della letteratura queer, e ogni genere fornisce un punto di vista differente sulla storia LGBTQ+. Il mondo del gaming richiede lo stesso studio dedito e scrupoloso, prima che i giochi più vecchi rischino di essere dimenticati.

Cliccate qui se volete saperne di più sull’LGBTQ Video Game Archive. 

Rachel Davies è una scrittrice freelance queer con sede a Edimburgo, in Scozia. Scrive di questioni legate alla comunità LGBTQ+ e tecnologia.