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Dov'è il Pride nei giochi?

LGBTQ+ Gaming Week
(Image credit: TechRadar/R Healey Art)

È stato più facile che mai sentirsi soli nel 2020. Quando le restrizioni causate dalla pandemia di Covid-19 hanno iniziato a venire applicate, un diffuso senso di isolamento ha cominciato a insinuarsi nelle nostre vite. L'interazione online, specialmente attraverso i giochi, è aumentata per colmare questo vuoto, tuttavia ciò ha anche posto un accento sui fallimenti di rappresentanza esistenti da tempo. Per la comunità LGBTQ+ è stato un altro anno privo di celebrazioni virtuali, e stavolta senza parate nelle strade a compensare. 

Il Pride è qualcosa di più che riempire le strade di colori e rumori: serve a urlare al mondo che la comunità LGBTQ+ esiste, che le persone non meritano meno rispetto e considerazione perché sono quello che sono. Il  Pride offre anche l'opportunità di condividere le proprie storie ed esperienze, in modo che i nuovi membri possano sentirsi parte di una comunità più ampia che li accetta dove altri non lo farebbero. Il Pride, l’orgoglio, è una cosa fantastica, quindi perché è assente? Dopotutto, non è forse questo il momento migliore per riunirsi e fare squadra?

Lo stato attuale del “gayming”

Tell Me Why

Tell Me Why (Image credit: Dontnod)

I videogiochi contengono già temi e personaggi LGBTQ+. The Last of Us 2, che ha vinto ai Game Award 2020 il premio di Game of the Year, ha una protagonista lesbica, Ellie; mentre Tell Me Why è stato apprezzato per la sua rappresentazione di Tyler, protagonista transgender. Queste storie aiutano ad aumentare la consapevolezza sulla comunità LGBTQ+ e sulle difficoltà che le persone devono affrontare quotidianamente, ma al contempo non riusciranno mai a cogliere appieno l'importanza del movimento.

Il  Pride è un'occasione sociale, un raduno o una marcia che vede le persone riunirsi, mentre i giochi single-player come quelli sopra citati sono per definizione esperienze solitarie.

Altri giochi, con una parte multiplayer, cercano di mantenere la presenza dei personaggi LGBTQ+ seminascosta: Tracer e Soldier 76 di Overwatch sono queer, ma a meno che non abbiate letto i fumetti di Overwatch, non ne sareste mai venuti a conoscenza. Il Pride è un'esplosione, un urlare in faccia "Siamo qui, notateci!" Significa dare un megafono alle voci più deboli affinché possano farsi sentire e far sentire il loro tribolare. Sebbene il Pride sia un'opportunità per urlare al mondo la storia della discriminazione LGBTQ+, è anche un'opportunità per festeggiare!

Dove ha avuto inizio il Pride

Pride

Pride Parade (Image credit: Shutterstock/lazyllama)

Il Pride è nato dalla protesta. Il 28 giugno 1969, la polizia fece irruzione nello Stonewall Inn al 51-53 di Christopher Street nel Greenwich Village di New York. All'epoca era una cosa normale per i bar gay della città, ma gli eventi che ne seguirono portarono a una rivoluzione.

Il raid stesso fu insolito, avvenne di notte all'una e venti, molto più tardi del normale, e il personale di Stonewall non fu avvertito come spesso accadeva. La festa era in pieno svolgimento per i circa 200 clienti LGBTQ+ quando la polizia fece irruzione. La paura di essere arrestati o denunciati alle loro famiglie e la rabbia dopo anni di oppressione ribollì e scoppiarono violenti scontri tra gli avventori e la polizia. I moti di protesta continuarono nei giorni successivi, con circa 1.000 cittadini che scesero per strada per manifestare il proprio dissenso.

La rivolta di Stonewall non è stata nè la prima nè l'ultima istanza di attivismo LGBTQ+, ma ha segnato un importante cambiamento nel modo in cui la comunità queer ha risposto all'intolleranza. Come disse Sylvia Rivera, una regina di strada dell'epoca: “Ci avete trattato come m**da in tutti questi anni? Adesso tocca a noi!"

Esattamente un anno dopo, alimentate dall'incendio provocato da Stonewall, si tennero le prime marce del Gay Pride. Nel novembre 1969, alla Eastern Regional Conference of Homophile Organizations fu approvata una manifestazione annuale (Liberation Day) che si sarebbe tenuta presso Christopher Street. Così, il 28 giugno 1970, la comunità LGBTQ+ si radunò ancora una volta in Christopher Street e marciò verso Central Park, portando striscioni e cartelli per rendere nota la loro presenza. Allo stesso tempo, si svolgevano marce anche a Los Angeles e Chicago, diventando quelle che alcuni chiamerebbero le prime manifestazioni del Gay Pride nella storia degli Stati Uniti.

Negli anni a venire, le marce sarebbero continuate e più città in tutta l'America e nel mondo iniziarono a ospitare tali eventi. Con la crescita del movimento, le marce commemorative della Rivolta di Stonewall si sono evolute per attirare un pubblico sempre più ampio. Le Gay Liberation Parades e le Gay Freedom Parades cambiarono il loro nome in Gay Pride Parades e gli eventi di un giorno si espansero per coprire l'intero mese. Ora, molti paesi hanno mesi dedicati all'insegnamento della storia dei movimenti LGBTQ+.

Le software house si autocensurano

Overwatch

Tracer di Overwatch (Image credit: Blizzard)

Da quanto scritto sopra, possiamo iniziare a capire per quale motivo il Pride e i videogiochi non vanno d’accordo. I videogame sono prodotti per il mercato di massa, sono destinati a un gruppo di consumatori più ampio possibile. La politica, purtroppo, non si sposa bene con questo tipo di business.

Certo, una celebrazione o un evento ispirato al Pride non sarebbe una novità per i videogiochi. È difficile immaginare un titolo online come Overwatch o Animal Crossing che non includa festival in-game per commemorare determinati eventi della vita reale. A ottobre, i giocatori vedranno i mondi di gioco diventare spettrali per la festa di Halloween, mentre a dicembre la gioia del Natale si esprime con festoni, alberi addobbati e neve. Anche celebrazioni più generiche, come barbecue virtuali e feste in spiaggia, arrivano periodicamente su svariati contenuti, insieme a nuove modalità di gioco a tempo limitato e ricompense da guadagnare o acquistare.

Detto ciò, il Pride meriterebbe di andare oltre l'impersonificazione in alcuni personaggi e l'ingresso nei videogiochi tramite modalità a tempo limitato piene di colori arcobaleno. Un evento Pride in un videogioco dovrebbe essere uno spettacolo aperto e radicale, che mostri sostegno ai membri della comunità LGBTQ+; dovrebbe offrire alla community un supporto genuino, attraverso messaggi integrati sulla storia del movimento e le battaglie che ha dovuto affrontare, nonché trovare modi per sostenerle, ad esempio con delle donazioni.

Qui nasce il problema. Le relazioni omosessuali sono illegali in 72 Paesi e sono punibili con la morte in 11 di questi. Alcuni di questi hanno anche leggi che proibiscono e criminalizzano le persone transgender, mentre altri hanno leggi contro le celebrazioni aperte e il riconoscimento della comunità LGBTQ+. Sebbene non sia mai stato confermato ufficialmente, molti fan credono che il sentimento anti-LGBTQ+ sia il motivo per cui The Sims: Freeplay è stato bandito in sette Paesi (Cina, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Kuwait, Qatar ed Egitto).

Di fronte a questo rischio, molte aziende si autocensurano, eliminando elementi che fanno riferimento a temi e personaggi LGBTQ+. Questo potrebbe essere il motivo per cui tali riferimenti e personaggi non sono evidenti, o sono nascosti in altri media: Tracer di Overwatch viene vista con la sua ragazza solo in un fumetto (vietato in Russia) ed è per questo che il titolo è ancora disponibile lì.

L’inclusione è l’unica risposta

Global Pride Crossing

La Global Pride Crossing tenuta da We Are Social (Image credit: We Are Social/Nintendo)

I personaggi LGBTQ+ che rimangono "nascosti", per così dire, possono comunque essere parte dell'esperienza di un giocatore. Forse, un giocatore in un Paese che non supporta i diritti LGBTQ+ potrebbe trarre conforto nell'interpretare un personaggio simile a sé, e trovare in esso un modo sicuro per esprimersi.

Ma questo non fa nulla per combattere la discriminazione: molti potrebbero ribattere che le grandi aziende dovrebbero stare lontane dal Pride, perché il loro obiettivo è semplicemente guadagnare qualcosa dando l’impressione di essere attenti a certi temi, invece che sforzarsi sul serio per rendere il mondo un posto migliore.

Eventuali critiche a riguardo sono valide: non è giusto che le aziende mostrino interesse nelle tematiche LGBTQ+ un mese all’anno, giusto per aumentare i profitti. I festival Pride sono stati criticati per ragioni simili, come il London Pride del 2019, per aver sostenuto una pratica nota come “capitalismo rosa”. È quindi fin troppo facile immaginare una sofware house che scrive PRIDE su una loot box e sente di aver fatto il proprio dovere. Tuttavia, i videogiochi hanno potenzialmente molto da offrire sul tema.

Il gaming è l'industria dell'intrattenimento più grande al mondo e la sua influenza può essere potente, se gestita correttamente. Per molti anni, anche nei decenni precedenti a Stonewall, proteste più pacifiche non erano riuscite a galvanizzare la comunità LGBTQ+ allo stesso modo della rivolta. Certo, hanno permesso alla prima comunità di crescere, ma è necessaria una manifestazione forte ed esplosiva per spingersi oltre i confini attuali. Come ha osservato Frank Kameny, un attivista LGBTQ+ di lunga data, "al tempo di Stonewall avevamo dai 50 ai 60 gruppi gay negli USA. Un anno dopo ce n’erano 1.500, e due anni dopo sono saliti a 2.500".

Con questo significato più ampio, un gioco come Fortnite potrebbe ospitare eventi Pride gratuiti per i giocatori di tutto il mondo. Molto probabilmente, questo causerebbe il ban del gioco in alcuni Paesi, ma aziende come Epic Games hanno la forza finanziaria per prendere posizione contro tali minacce: una società disposta a richiamare "restrittive" le politiche dell'App Store di Apple potrebbe fare lo stesso nei confronti delle leggi anti-LGBTQ+ di un Paese, evidenziando l'ingiustizia nei confronti di un pubblico globale, come hanno già fatto con la campagna #freefortnite. Allora perché non vediamo campagne #freetobeme nel gioco?

La pubblicità potrebbe evidenziare la discriminazione che le persone LGBTQ+ devono affrontare in alcune parti del mondo, e il denaro guadagnato durante gli eventi potrebbe essere donato a enti di beneficenza che combattono per cause LGBTQ+.

A un livello più personale, queste manifestazioni potrebbero consentire ad alcuni giocatori di festeggiare ed entrare in confidenza con la propria identità. Studi hanno dimostrato che la rappresentazione nei media può aiutare le persone LGBTQ+ a comprendere meglio se stesse e avere un'influenza positiva sulla loro identità. Inoltre, per una persona che ha una famiglia contraria alla sua sessualità o identità di genere, i festeggiamenti virtuali potrebbero offrire un'alternativa anonima e meno pericolosa per essere orgogliosi di ciò che si è.

E questo non è un sogno irrealizzabile: l'anno scorso, We Are Social ha ospitato le sfilate di Animal Crossing: New Horizon, distribuendo codici gratuiti per l'abbigliamento a tema LGBTQ+ da far indossare agli avatar dei giocatori. L'evento ha attirato molta attenzione da parte dei media e ha offerto ai gaymer una valida alternativa a seguito della cancellazione delle sfilate nel mondo reale. Detto questo, senza il supporto ufficiale di Nintendo, i festeggiamenti sono sembrati limitati. Gli eventi Pride cercano di far vedere al mondo che le persone LGBTQ+ esistono, eventi non ufficiali, anche se meravigliosi, possono purtroppo rimanere confinati all'interno della loro stessa bolla.

Il 2020 è stata un'occasione persa per far scoppiare finalmente questa bolla. Le restrizioni dovute alla pandemia hanno offerto l'opportunità alle grandi software house di attivarsi, ma non l'hanno fatto. Tuttavia, non tutto è perduto: la stagione del Pride di quest'anno offre un'altra possibilità alle aziende per mostrare al mondo cos’è veramente il  Pride… solo allora saremo di nuovo orgogliosi di giocare.

Hamish è uno scrittore freelance e podcaster con sede nel Regno Unito. Ama tutto ciò che riguarda i giochi, dallo schermo al tavolo, e non vede l'ora di potersi divertire di nuovo con i suoi amici IRL!