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Il lavoro in remoto va pagato quanto quello "normale"

Lavoro da remoto
(Image credit: Tima Miroshnichenko / Pexels)

Dalla pandemia di COVID-19 è emersa una questione molto importante, che di fatto sta cambiando radicalmente il modo in cui intendiamo il lavoro e, soprattutto, come lo viviamo quotidianamente.

Con le restrizioni e il distanziamento sociale, moltissime aziende hanno dovuto far sì che i propri dipendenti lavorassero da casa, in quei contesti in cui era possibile farlo. Il lavoro da remoto e lo smart working, dunque, hanno occupato un posto molto preciso ed evidente nel dibattito pubblico, e malgrado le resistenze di alcuni (tra datori di lavoro diffidenti e lavoratori tendenti all'analfabetismo digitale terrorizzati all'idea di dover usare un computer da casa propria), sembra proprio che questa nuova modalità di lavoro non si estinguerà tanto presto.

Man Working From Home on a Laptop

(Image credit: Pexels)

Un altro fenomeno interessante è quello che, soprattutto negli Stati Uniti, ha visto migliaia e migliaia di lavoratori dare dimissioni volontarie, in vista di un ritorno al lavoro in presenza - basti pensare al sondaggio indetto dai dipendenti Apple di qualche tempo fa. Ma c'è un'altra questione ancora più interessante: in molti, infatti, a fronte di un maggiore tempo libero a causa del lockdown, hanno iniziato a interrogarsi sul proprio lavoro, sulla propria soddisfazione e sulla propria felicità, anche in termini di condizioni lavorative. 

Insomma, quando si ha il tempo di farsi delle domande, qualche volta si trovano anche delle risposte. 

Il tema del lavorare da casa, oppure in modalità agile, riguarda la libertà di scegliere se andare in ufficio o meno in base alle effettive esigenze. Ma è anche una questione di obiettivi e vera produttività, in contrasto al mero numero di ore-lavoro segnate sul cartellino. In molti, di fronte a queste novità, hanno maturato nuovi punti di vista e nuovi approcci. Come per esempio AirBnb (opens in new tab), che ha deciso di dare la possibilità ai propri dipendenti di scegliere come e da dove lavorare in piena libertà; non solo, il colosso del turismo ha anche detto chiaramente che lo stipendio resterà lo stesso, ovunque si decida di lavorare. Un dettaglio mica da poco. 

Dall'altra parte, però, ci sono altre aziende che vogliono tornare al modello tradizionale della presenza, abbandonando o ridimensionando del tutto il lavoro alternativo.

Una di queste è Google, che ha sperimentato il calo degli stipendi per i dipendenti che scelgono di lavorare per sempre da casa. Si parla di tagli anche del 25%, giustificati dall'azienda dal fatto che le paghe si basano anche dalla distanza percorsa nel tragitto casa-luogo di lavoro.

La domanda è, però: dobbiamo davvero commisurare la retribuzione di una persona alla posizione fisica in cui decide di svolgere il proprio lavoro? Ma allora perché non tutte le aziende pagano un'indennità di spostamento per chi deve percorrere vari km per raggiungere il proprio ufficio o la propria postazione? Di solito questa voce non c'è, nello stipendio, ma allora perché tirarla fuori proprio adesso. 

Per cosa veniamo pagati?

Faccio una premessa doverosa, personalmente lavoro da remoto da quasi dieci anni. Certo, io sono sempre stato un lavoratore autonomo, un freelance a partita IVA, però questo non toglie che so bene quali sono i vantaggi e gli svantaggi del lavorare da casa. E conosco anche il "fronte" opposto, dato che sono stato anche un dipendente in passato.

Quando leggo notizie come quelle in cui alcuni lavoratori sono addirittura disposti ad accettare un taglio dello stipendio pur di restare a lavorare da casa (opens in new tab), mi ribolle il sangue nelle vene. 

Ci sono Paesi in cui si sperimenta con successo la settimana corta (opens in new tab), come in Islanda e in Scozia, e aziende come AirBnb che riconoscono il valore della produttività a prescindere dal luogo in cui poggiate le natiche. La logica vorrebbe che la retribuzione di un lavoratore si leghi a obiettivi, merito, responsabilità e risultati da raggiungere, ma continuiamo a vedere la persistenza di una mentalità ormai obsoleta, per cui tu lavoratore sei pagato perché rinunci al tuo tempo, nel tuo cubicolo di 2x2, e sei compensato per questo, magari calcolando anche i km che devi macinare ogni mattina per viaggiare da casa al posto di lavoro.

Un lavoratore esce la mattina per andare a vendere il proprio tempo? Oppure, come insistono i "discorsi motivazionali", lo fa per far parte di un progetto più grande, per essere un "elemento prezioso" (l'avete già sentita vero?) di un'azienda che può cambiare il mondo.

Una cosa o l'altra: Se contano le ore passate in ufficio, non può contare la qualità o la quantità di lavoro fatto, e viceversa. 

Tutto questo non ha senso.

Che io lavori dal mio soggiorno, dal lungomare di Marina di Ragusa o da un anonimo ufficio in coworking, quello che conta è come faccio il mio lavoro, se raggiungo gli obiettivi previsti o se onoro le consegne concordate, non quanto tempo resto a disposizione o da dove lo svolgo.

I risultati raggiunti a Reykjavík sono chiari: lavoratori più soddisfatti, più produttivi e più concentrati nei momenti in cui serve, a dimostrazione che 4 giorni di lavoro vissuti bene valgono più di una tradizionale settimana lavorativa annacquata da procrastinazione e riunioni inutili che si potevano anche svolgere in videoconferenza.

E chi è disposto a rinunciare anche a un quarto della propria paga per restare a lavorare da casa, dovrebbe ripensarci. Ribadisco, non è il luogo da cui svolgi il tuo lavoro a definire il tuo valore come lavoratore. Non è il fatto che resti in pigiama davanti al laptop anziché indossare un completo, attraversare la città o la provincia per poi andare sederti in un ufficio senza un reale motivo per cui farlo. Con il malus ulteriore dell'inquinamento che hai contribuito a produrre.

E non venitemi a dire che se lavori da casa sei un privilegiato perché puoi farti i tuoi comodi: non è così. La retorica del "far finta di lavorare" è imbarazzante solo per chi fa certe affermazioni, che così dimostra di non avere la minima idea di cosa significhi lavorare oggi.

Per lavorare a distanza devi imparare a disciplinarti, devi eliminare le distrazioni, resistere alla tentazione di procrastinare, di andare a pulire quei due piatti che sono rimasti nel lavello da ieri sera o rispondere all'ennesimo call center. Consumi energia elettrica, magari usi un computer che hai dovuto pagare di tasca tua. Certo risparmi sul carburante, e allora? Ci sono altri costi da considerare, compresa la salute mentale e la soddisfazione. Senza dimenticare gli aumenti folli di utenze e spesa a causa dell'inflazione: riscaldamento e aria condizionata non sono gratis. 

La pandemia ha portato molti di noi a rientrare in contatto con noi stessi, chiederci se davvero vale la pena continuare a seguire un modo di vivere che forse, oggi, non ha più poi così senso.

In molti l'hanno capito, altri invece non riescono ad adattarsi. Non ancora, quantomeno.

Resta un punto: il mio stipendio, o il mio fatturato, dipendono da cosa faccio e come, non da dove.

Senior Editor and Professional Translator. Boardgaming enthusiast, Tech-lover.