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Coronavirus, la prima epidemia del mondo moderno tra schermi e banda larga

(Image credit: reuters)

Isolamento. Quarantena. Parole ricorrenti che sentiamo molto spesso in questi giorni e che ci riportano a un’epoca in cui per contenere un’epidemia la medicina poteva ricorrere quasi esclusivamente a questi metodi. Solo per citare alcuni casi, successe all’epoca della Peste Nera del 1300, dell’influenza spagnola tra il 1918 e il 1920 e anche della ben più recente SARS apparsa nel 2002 per la quale l’isolamento tempestivo dei casi era tra le principali raccomandazioni dell’OMS.

L’epidemia del nuovo coronavirus "COV-19" ci riporta a metodi così antichi ma con una differenza: oggi esiste la tecnologia digitale che è a disposizione senza differenze di cittadini e scienziati che proprio grazie alle avanzate metodologie di laboratorio hanno anche potuto mostrarci il “volto” del coronavirus e capire perché si chiama così.

Per chi è in quarantena, in isolamento o per chi semplicemente è costretto ad aderire a misure precauzionali, dispositivi come smartphone, tablet e laptop rappresentano nelle circostanze più gravi l’unico contatto con l’esterno, mentre nelle zone a rischio rappresentano i soli strumenti per lavorare o studiare. Abbiamo cercato di capire come tecnologia e vita di tutti i giorni si incrociano ai tempi del coronavirus e con quali risultati.

(Image credit: Shutterstock)

 1. In quarantena, con lo smartphone

La Diamond Princess è per certi versi un caso emblematico. Una nave dal nome evocativo che per un certo periodo ha avuto all’interno 3.700 persone tra passeggeri e personale, un virus a bordo e la quarantena nel porto giapponese di Yokohama.

Yardley Wong è stata per 14 giorni in quarantena a bordo della nave e in maniera puntuale ha raccontato la vita sulla Diamond Princess grazie al proprio smartphone. «Così tanti pensieri attraverso questa porta» diceva in uno dei suoi primi tweet che hanno documentato la situazione sulla nave.

Dopo la paura iniziale, il racconto di Yardley Wong è andato oltre alla porta della sua cabina, diventando più rassicurante. Una lunga e giornaliera narrazione composta da tweet e documentata grazie alla fotocamera del proprio smartphone. Andando oltre la paura, i passeggeri in quarantena erano riusciti a trovare un senso di comunità e normalità in una condizione che normale, non è.

Nonostante questo le preoccupazioni ovviamente rimanevano e il proprio smartphone sulla Diamond Princess in quarantena è stato l’unico modo per tenersi in contatto con il mondo esterno e le persone care. «Molti anziani chiamano casa - scriveva in un altro tweet Yardley Wong - Molti anziani hanno figli grandi e piccoli preoccupati per loro».

Dal 19 febbraio l’hashtag dei tweet di Yardley Wong è cambiato passando da #day15 #coronavavirus a #day1 #freedom. Uno dei messaggi subito dopo lo sbarco è stato: «Cominciamo di nuovo un’altra avventura. Famiglia Soto andiamo!».

In Italia dopo la diffusione del coronavirus una buona area del Lodigiano è diventata la cosiddetta zona rossa, in cui è impossibile entrare e uscire. Molte testimonianze su come si vive in questi giorni in quella zona arrivano grazie ai cittadini che con lo smartphone documentano cosa significhi vivere in queste condizioni, ad esempio anche andare semplicemente a fare la spesa.

(Image credit: Ndemic Creations)

2. Il contagio sul display

Plague Inc. è un gioco per smartphone disponibile per iOS e Android che chiede ai giocatori di sviluppare e diffondere un virus letale in tutto il mondo. Il titolo di Ndemic Creations fu pubblicato nel 2012 ma nel gennaio 2020, a ben otto anni di distanza dalla sua uscita, ha ottenuto un primato: essere l’applicazione per smartphone più venduta in Cina. In quel periodo era già piena emergenza e molti cittadini cinesi hanno forse cercato di farsi un’idea sulla propagazione del virus attraverso il gioco. O semplicemente sono stati confortati dall’affrontare in maniera virtuale una situazione così difficile e fuori dalla normalità.

Paradossalmente Ndemic Creations, che ha sviluppato il gioco, ha anche ricevuto molte domande degli utenti in merito al coronavirus tanto che il team di sviluppo ha deciso di pubblicare un messaggio sul proprio sito sottolineando che Plague Inc. fa registrare un aumento delle vendite in occasione di nuove epidemie dato che «le persone cercano di saperne di più su come le malattie si diffondono e vogliono capire la complessità del propagarsi di un nuovo virus».

Plague Inc. è stato anche riconosciuto dall’agenzia federale americana Centers for Disease Control and Prevention e altre organizzazioni sanitarie che ben conoscono i sintomi e il propagarsi di un virus, dato che, come spiega Ndemic Creations, le dinamiche ricostruite nel gioco hanno una buona aderenza alla realtà senza spettacolarizzare troppo alcuni aspetti di una faccenda molto seria.

«Non dimenticate che Plague Inc. è solo un gioco e non un modello scientifico e che l’attuale epidemia del coronavirus è una situazione molto reale con conseguenze sulle vite di tante persone - ha detto Ndemic Creations - Raccomandiamo ai giocatori di ottenere sempre le giuste informazioni direttamente dalle autorità sanitarie riconosciute a livello locale e internazionale».

(Image credit: icerbergfianza)

 3. I germi sullo smartphone

È una delle principali precauzioni che vengono raccomandate per evitare il contagio non solo del COV-19 ma di tutti i virus influenzali: lavarsi le mani. Secondo quanto riportato dal Ministero della Salute, il virus può sopravvivere alcune ore sugli oggetti ed è anche per questo motivo che, ad esempio, tra le indicazioni dell’OMS sul coronavirus che riguardano i falsi miti, c’è anche quella che smentisce presunti contagi causati da pacchi arrivati dalla Cina. L’utilizzo di semplici disinfettanti è in grado di uccidere il virus annullando la sua capacità di infettare le persone.

Emily Martin, docente associato di epidemiologia all’Università del Michigan, ricorda che a prescindere dal nuovo coronavirus gli smartphone sono in ogni situazione dei luoghi di trasmissione di germi per eccellenza e il fatto che gli utenti li portino con sé praticamente ovunque, anche nei bagni, non fa che moltiplicare le possibilità di contaminazione.

Già fare attenzione a dove si porta il proprio smartphone può essere un buon accorgimento. Per la pulizia, ad esempio, le case produttrici raccomandano di usare un panno morbido e privo di pelucchi come quelli per gli occhiali. Solitamente il consiglio è quello di non usare detergenti, nè aria compressa e semplicemente inumidire il panno. 

Ovviamente se si ha un vetro o una pellicola protettiva si possono anche, nei limiti del possibile, usare sostanze leggermente più aggressive ma per le quali è sempre meglio cercare sul sito di riferimento del produttore delle possibili indicazioni. Sul sito del Ministero della Salute le raccomandazioni sono quelle di usare per le superfici, «disinfettanti contenenti alcol (etanolo) al 75% o a base di cloro all’1% (candeggina)». Ovviamente bisogna sempre fare attenzione a non far penetrare nulla di potenzialmente dannoso nelle aperture, quindi meglio muoversi con cautela.

Oltre che allo schermo ovviamente c’è anche il retro dello smartphone che, non solo in questo caso, ma in generale avrebbe bisogno di avere una maggiore attenzione dal punto di vista dell’igiene. In caso di cover ufficiali di marchi importanti è facile fare riferimento ad eventuali accorgimenti delle case produttrici, per le altre, soprattutto se realizzate in gomma, è possibile anche usare un disinfettante.

(Image credit: Shutterstock.com / LStockStudio)

 4. La scuola sullo schermo

Dopo la diffusione del COV-19 in alcune regioni italiane quasi 4 milioni di alunni non possono seguire le lezioni almeno sino a lunedì 2 marzo. Il Ministero dell’Istruzione spiega di stare studiando soluzioni per la didattica a distanza in modo da «garantire un servizio pubblico essenziale ai nostri studenti». Questo tipo di insegnamento in remoto potrebbe essere fondamentale se le autorità competenti decidano di estendere la chiusura delle scuole anche se speriamo non ce ne sia bisogno.

Alcune scuole si sono però già attrezzate. Come riporta IlSole24Ore l’istituto paritario Prealpi di Saronno ha annunciato che sarà data la possibilità di seguire le lezioni via Skype o su WeSchool, piattaforma partecipata da Telecom Italia, Club digitale e Club Italia Investimenti 2 dove i professori «possono portare le loro classi online e rendere la loro didattica digitale».

Molte scuole da tempo hanno deciso di adottare anche dei tablet per la didattica. L’istituto comprensivo Ungaretti di Melzo resterà chiuso per tutta la settimana e, secondo quanto riporta la testata economica, la scuola ha già annunciato lezioni di recupero e attività didattica sulle piattaforme online.

In Cina, dove ovviamente l’epidemia del COV-19 è più diffusa, sono milioni i bambini che non possono seguire le lezioni. Qui si muovono anche gli enti privati come lo Zhuoyue Education, un fornitore di servizi di didattica via Internet, per il quale le lezioni online, tra le tante attività fornite, fino a poco tempo fa permettevano di generare ricavi del 10% ma adesso con la diffusione del nuovo coronavirus sono diventate la principale fonte di entrate.

Come riporta il sito CNBC, il rischio è che nelle zone della Cina dove le scuole sono chiuse gli studenti possano restare indietro rispetto ai propri coetanei (con futuri svantaggi per la carriera scolastica e lavorativa) e per questo i genitori si rivolgono sempre più spesso ai corsi online. In alcuni casi sono state le stesse autorità locali e le scuole a chiedere ai genitori di fare riferimento alle lezioni via internet.

Aziende come la 17EdTech, che vendono prodotti e servizi al sistema scolastico cinese, fanno sapere di stare lavorando ininterrottamente ormai dalla fine di gennaio per soddisfare le tante richieste.

(Image credit: TechRadar)

 5. Tenersi in allenamento con la console

Con la necessità di restare in casa per diminuire le possibilità di contagio da COV-19, alcuni cittadini cinesi non hanno più la possibilità di allenarsi serenamente nelle palestre. Guardando a social network cinesi come Weibo, il gioco e la periferica di Ring Fit Adventure sembrano essere un buon sostituto non solo per allenarsi ma allo stesso tempo anche per distrarsi.

Ring Fit Adventure è infatti il titolo Nintendo che riesce a mettere insieme, con ottimi risultati, fitness e gioco grazie al Ring-Con, una periferica simile ai cerchi usati nello yoga, e ai gamepad di Switch, i Joy-Con.

Stando agli utenti dei social media, in queste settimane Ring Fit Adventure ha conosciuto un notevole successo sul mercato cinese a causa delle misure di prevenzione legate al COVID-19, anche se procurarsene una copia è molto costoso con un prezzo che, al cambio, si aggira sui €157. Ring Fit Adventure non è mai ufficialmente arrivato in Cina dove il mercato di Nintendo Switch è regolato da accordi con il colosso della tecnologia Tencent.

In ogni caso la Switch cinese è comunque in grado di far funzionare i giochi importati e quindi gli utenti del paese orientale sono costretti ad acquistarlo in altre versioni come quella giapponese.

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(Image credit: Amazon)

6. I timori del contagio mandano in tilt Amazon

Anche l’azienda di commercio online Amazon è stata messa a dura prova dalle conseguenze della diffusione del nuovo coronavirus. Il servizio Prime Now, che ha un’applicazione dedicata su PlayStore e AppStore, permette di avere una consegna dei prodotti nell’arco di circa una o due ore e ha avuto infatti dei problemi tra domenica e lunedì, 23 e 24 febbraio, per la consegna dei prodotti a Milano e Torino a causa dell’alto numero di richieste.

«Al momento le consegne su Prime Now a Milano stanno subendo dei rallentamenti a causa dell'elevata richiesta - aveva fatto sapere l’azienda - Stiamo lavorando per rafforzare il servizio».

D’altronde in un’epoca di multitasking sullo smartphone è molto semplice il passaggio dalla preoccupazione all’allarme anche senza avere molto chiaro il perché il coronavirus sia pericoloso.

Le numerose richieste del servizio Amazon Prime sono andate di pari passo con il moltiplicarsi delle foto di scaffali vuoti scattate dai clienti dei supermercati e apparse sui social network che hanno contribuito ad alimentare la corsa alle scorte di generi alimentari.

(Image credit: Shutterstock)

 7. Smart working, la sfida culturale e lavorativa

Un’epidemia di COV-19 è certamente deleteria, non solo per i problemi di salute che comporta ma anche per motivi economici. Le conseguenze per le aree in cui si è diffuso il virus sono davvero enormi, considerata anche la produttività di quelle zone, ma le aziende che possono farlo stanno cercando di conciliare sicurezza e attività professionale con il lavoro in remoto, più conosciuto in Italia come smart working.

Questa tipologia di lavoro era già diffusa in maniera limitata presso molte aziende con 1-2 giorni a settimana ma questo "fuori programma" ha esteso anche i turni di lavoro in remoto. Sicuramente le circostanze del coronavirus possono rappresentare anche una sfida per un cambio di paradigma in Italia nei confronti dello smart working.

La faccenda è sicuramente molto complessa e chiama in causa anche fattori culturali come le difficoltà nell’accettare il lavoro da casa rispetto a una presunta maggiore produttività del lavoro, in loco, in azienda.

Dal punto di vista dei lavoratori la sfida è accettare che anche nello smart working serve una disciplina organizzativa e che la gestione dei tempi in maniera personale è sicuramente qualcosa che richiede impegno per evitare di trasformarsi in un alibi.

Un lavoratore che resta a casa propria, ha spesso difficoltà nel far comprendere ai propri familiari la situazione: cercheranno di coinvolgerlo in qualche attività extra, gli chiederanno favori, si sentiranno autorizzati a interromperlo perché, vedendolo a casa, penseranno che ha del tempo da dedicare a loro. 

Se le cose stanno diversamente, è la ricetta perfetta per combinare problemi lavorativi e familiari. In alternativa (ma riguarda solo pochi fortunati) qualcuno potrebbe interrompersi quando vuole per recuperare il lavoro da svolgere in un altro momento. Può essere una gran cosa oppure un incubo, se mal gestita.

Sempre a livello culturale, inoltre, resiste ancora il preconcetto da parte di alcuni responsabili del fatto che se non si vede il lavoratore seduto davanti a una scrivania non sta lavorando. Posto che anche il singolo lavoratore deve ovviamente saper dimostrare di essere in grado di gestire una situazione di lavoro a distanza.

La sfida di questi giorni potrebbe dunque essere anche un’occasione di crescita nella cultura del lavoro del nostro paese per tutti: lavoratori, aziende e famiglie. Senza dimenticare che un’attenta implementazione dello smart working permetterebbe anche di ritrovare quel bilanciamento tra vita privata e lavoro molto spesso rivendicato (basti pensare a quante ore di passate sui mezzi pubblici verrebbero risparmiate).

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