Il diavolo digitale che ti farà diventare povero

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Una volta potevi comprarti la licenza di Microsoft Office e usarla per tutta la vita, o almeno finché non si rendeva necessario cambiare versione. Con Photoshop era la stessa cosa.  Oggi tanto Microsoft quanto Adobe invece cercano di farti abbonare, così devi pagare tutti i mesi ciò che prima pagavi una volta sola. Un modo come un altro di alzare il prezzo … anzi  no, un modo meschino e diabolico di alzare il prezzo. Ma tanto ci caschiamo sempre, tutte le maledette volte.  

L’abbonamento sembra una gran bella cosa, a prima vista 

Microsoft vende ancora le licenze tradizionali, limitandosi a rendere difficile trovarle. Adobe invece le ha proprio tolte. 

Una roba brutta, vero? Beh sì, ma qualche volta è una buona cosa: pagando l’abbonamento a Xbox Game Pass Ultimate ho accesso a molti giochi che non avrei mai comprato. E ogni tanto ne scopri uno che vale la pena. Inoltre posso giocare allo stesso gioco su più di un dispositivo, e per questo, prima, avrei dovuto pagare due diverse licenze. Messa così è una cosa fichissima, no? 

Con Amazon Prime pago l’abbonamento, una cinquantina di euro l’anno, ma bene o male si paga da solo. Siccome faccio tanti ordini piccoli, alla fine spenderei di più solo in spese di spedizione. Sì ma compreso nel prezzo che Amazon Prime Video, che è di fatto la piattaforma di streaming meno costosa di tutte. Disney+ e Netflix costano di più, ma abboniamoci pure a quelle e non pensiamoci più (Netflix gratis con la pubblicità è pessimo, quindi no grazie). 

Ovviamente, ci sono cose necessarie e cose superflue, c’è l’ozio e c’è il lavoro. E di base, mi sento più disponibile a pagare un abbonamento per Netflix piuttosto che per Office365 o Photoshop. Perché a Netflix posso rinunciare quando mi pare (non è vero, i miei figli mi odierebbero), ma se mi uno strumento di lavoro è un altro paio di maniche. È pur vero che ci sono opzioni gratuite, se non volessi pagare né Microsoft né Office. Per film e serie TV, l’unica opzione gratuita è la pirateria. 

Di certo il meccanico non vorrebbe la chiave inglese a noleggio, né il salumiere il suo coltello. Magari sì con cose più costose, tipo il locale dove ha sede la tua attività, o macchinari davvero molto costosi da comprare e mantenere. 

 Siamo già alle automobili 

Smart Car

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E sicuramente possiamo considerare superflui i sedili riscaldati in auto. È una delle ultime cose che stanno passando in abbonamento, per il momento in casa BMW. Per poter scaldare i sedili si pagano 18 dollari al mese, ma esiste la licenza lifetime, a 415 dollari. Visto quanto costa una BMW di fascia alta, immagino che la maggior parte dei clienti deciderà di comprare la licenza vita. Il marketing però ci insegna che se esiste l’abbonamento, puoi anche chiedere di più per la licenza a vita. E i clienti non avranno da ridire. 

Ci sono altre cose che BMW offre in abbonamento o come acquisto separato: il volante riscaldato, o l’opzione per registrare i video delle videocamere di bordo.

Per le licenze a vita, l’accesso è illimitato “fino a quando i prerequisiti tecnici del veicolo lo permettono”. Se fosse uno smartphone o un computer, significherebbe che a un certo punto l’hardware impedisce di usare le nuove funzioni del software. Trattandosi di un’auto che ha già l’hardware necessario, non saprei bene cosa significa quella frase. 

Forse è solo una frase messa lì tanto per stare tranquilli, e in verità i tuoi sedili si riscalderanno sempre, se hai pagato il dovuto. Chissà.   

Non è chiaro nemmeno se la licenza è personale oppure sul veicolo. Non è un dettaglio da poco: se compri una Tesla usata e il proprietario precedente aveva preso il pacchetto Autopilot, te lo devi ricomprare. 

“Comprare” e “possedere”, con le virgolette 

E poi c’è sempre la possibilità che “compri” qualcosa (a questo punto le virgolette sono obbligatorie), ma poi succede che quel qualcosa smette di funzionare, perché magari il produttore fallisce, o semplicemente smette di mantenere quel prodotto. Perché quella roba che ti sei comprato non è davvero tua, non del tutto e non fino in fondo. Se decidi di disdire l’abbonamento, ciò che ti eri comprato “scompare”: non posso passare dal Kindle a un prodotto concorrente, visto che perderei l’accesso ai libri che ho comprato da Amazon. 

A me una volta è successo con un’app per iPhone, che avevo pagato ma poi è morta. Ad altri è successo con le funzioni avanzate di automobili pagate migliaia di euro. Chiaramente io sono quello a cui è andata bene. Anche se chi aveva preso Google Stadia Pro, che ha chiuso di recente, all’inizio, se non altro ci ha guadagnato un controller. 

Certo volte però è sensato, intendiamoci: se vendo il mio computer, mi tengo l’abbonamento Microsoft o quello Adobe o quello che è. Se vendo il televisore, mi tengo l’abbonamento a Netflix o simili. Direi che su questo siamo tutti d’accordo, ma ricordatevi di resettare i prodotti che vendete. 

Ok, quindi sul tema degli abbonamenti si potrebbe fare meglio, ma in generale è una cosa con cui possiamo convivere. O almeno così potrebbe sembrare.

Poi ci sono le microtransazioni, cioè piccoli acquisti che si fanno a prescindere dall’esistenza di un abbonamento. Per esempio, dentro a tanti videogiochi puoi comprarti delle vite extra, o un vestito o un arma. Se sei abbonato a Prime Video, puoi comunque comprare o noleggiare un film, oppure aumentare la spesa mensile per aggiungere canali. 

Netflix non ha microtransazioni, e nemmeno Spotify ma, siccome sono un sistema collaudato per aumentare i guadagni, non è detto che in futuro non arrivino. Magari, in futuro, Spotify ci “offrirà la possibilità” di ascoltare qualcosa prima degli altri, pagando un piccolo extra; non vorrai mica rinunciare a un’occasione simile, no? 

E anche con le microtransazioni il commento potrebbe essere ok, se voglio una cosa extra me la pago, altrimenti avanti con la versione base. Il che in linea di principio va benissimo, almeno finché questi extra sono cose superflue di cui si può fare a meno. 

Finora, quei giochi dove bisogna per forza spendere del denaro per divertirsi, hanno riscosso sempre aspre critiche. Eppure alcuni hanno riscosso un enorme successo, com’è il caso del famosissimo Genshin Impact. 

Significa che siamo già pronti a pagare per cose importanti. In certi videogiochi si è già perso l’amore per l’uguaglianza e la democrazia: chi può pagare, vince. E sospetto che negli anni a finire potrà solo peggiorare.  

Abbonamenti e microtransazioni ovunque  

Paying

Pagare fa la felicità?  Fonte immagine: 123RF (Si apre in una nuova scheda) (Image credit: 123RF)

Dunque, in linea di principio non c’è nulla di male nel chiedere un abbonamento o nell’usare le microtransazioni. Ma con le dovute eccezioni: per esempio, è praticamente ridicolo il dover pagare per giocare online, con Playstation o Nintendo Switch.  

Per esempio, perché dovrei abbonarmi a Office, quando posso prendere una licenza che funzionerà per anni e anni. La risposta non può che essere “perché non ha alternative”; è ciò che succederà quanto Microsoft avrà completato la sua transizione.  

E non è il caso di cambiare le parole: quello è un aumento di prezzo, perché non me ne può fregare di meno se con l’abbonamento mi metti dentro altre mille cose che non mi interessano, starò comunque pagando più di ieri per la stessa cosa. Il resto sono più o meno chiacchiere. È la situazione di Adobe Creative Cloud: il costo mensile è relativamente basso, ma entro tre anni si spende di più di quanto sarebbe costata la licenza tradizionale.  La ragione: ad Adobe piace così, prendere o lasciare.  

Quand’è che diventa troppo?  

Aumenti o no, il punto è che abbonamenti e microtransazioni sono ogni giorno di più. A che punto diventano troppi? 

Non è che a un certo punto rischi di svegliarti e dire “hey, ma perché sto ancora pagando Photoshop, che non lo uso da due anni? E il Telepass, che ho venduto la macchina sei mesi fa per non pagare più l’affitto del garage?”

Sì perché, ecco un possibile scenario: i software che uso per lavorare, lo spazio extra con Google, quell’altro spazio con Apple, Netflix, Amazon, Disney, Adobe, i sedili dell’auto e Spotify, il software delle videocamere di sicurezza a casa dei miei parenti anziani (con l’extra per il rilevamento di cadute) … la lista potrebbe allungarsi all’infinito e oltre (questa è una citazione, per goderla appieno devi abbonarti a Disney+). 

Una lista infinita che provoca una stanchezza infinita. 

Anche perché a un certo punto se vuoi vederti uno dei film devi pure ricordarti dove sta: io negli anni ho “comprato” (si fa per dire, non sono mica miei per davvero) film da Microsoft, Apple, Rakuten, Chili, Amazon e Google. E uno l’ho comprato una seconda volta semplicemente perché non ricordavo di averlo già da un altro fornitore.  È una cosa abbastanza ridicola, già, e non si capisce perché non posso avere una collezione dei miei contenuti facile da gestire come quando avevo i CD e i DVD, di quelli che si toccano.  

Ecco, il passaggio al digitale continua a piacermi, sono un grande fan. Però prima o poi anche le cose importanti diventeranno “in abbonamento”, o con la microtransazione, o con tutte e due. 

A un certo punto ci troveremo ad avere una vita in abbonamento: il telefono, il PC, la connessione a Internet, l’automobile, magari anche l’abitazione (che sarebbe un po’ come essere in affitto ma più cool). 

Non credo che mi piaccia la piega che stanno prendendo le cose, perché si sta venendo a creare una situazione in cui saremo più poveri, perché avremo tutte queste spese fuori controllo.

Ai nostri fornitori stiamo concedendo fin troppo potere, e di certo non possiamo aspettarci che siano loro a fare un passo indietro, come se un’azienda potesse mai avere un senso etico (no, non può averlo). Loro vorranno sempre perpetuare e rafforzare una situazione che trasforma il consumatore in una vacca da mungere

Una vacca con pochissimo latte, ma i consumatori sono miliardi, e se spremi anche solo qualche centesimo da ognuno di loro, ecco che incassi miliardi al giorno. Per non parlare del nuovo petrolio, quei dati personali che cediamo ogni giorno con tanta leggerezza.   

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Valerio Porcu è Redattore Capo e Project Manager di Techradar Italia. È da sempre ossessionato dai gadget e dagli oggetti tecnologici che cambiano la nostra vita quotidiana, e dai primi anni 2000 ha deciso di raccontarla. Oggi è un giornalista con anni di esperienza nel settore tecnologico, e ha ancora la voglia di trovare le chiavi di lettura giuste, per capire davvero in che modo la tecnologia può rendere migliore la nostra vita quotidiana.