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Microsoft Project Natick, i data center sottomarini funzionano alla grande

Underwater Data Center
(Image credit: Microsoft)

Due anni fa iniziava il Project Natick di Microsoft, un esperimento che consisteva nell’immersione di un data center autosufficiente sulla costa di Orkney Island, Scozia.

Trascorsi i due anni, il team di ricerca ha recuperato il data center e ha già analizzato una buona quantità di dati interessanti.

Tanto per cominciare, i ricercatori hanno scoperto che la percentuale di malfunzionamento per i server ospitati nella capsula è pari a un ottavo di quella registrata sulla terra ferma, con appena 8 server su 855 che hanno smesso di funzionare nell’arco dei due anni.

Il responsabile capo di Project Natick, Ben Cutler, crede che questo dato sia riconducibile all'assenza di personale di bordo e alla conseguente mancanza di interazione umana con i server presenti nella capsula, oltre al fatto che questa contenesse nitrogeno piuttosto che ossigeno. Il nitrogeno infatti risulta meno corrosivo rispetto all’ossigeno e potrebbe aver contribuito ad un minore deterioramento dei server nel corso del tempo.

Data center sottomarini

Il successo riscontrato dall’esperimento dimostra che i data center subacquei potrebbero diventare un'opzione concreta per le aziende in cerca di modi più efficienti e convenienti di conservare i propri dati. 

In effetti, più della metà della popolazione mondiale vive entro 120 miglia dalla costa e posizionando i data center vicino alle città costiere, i dati dovrebbero percorrere distanze minori, riducendo di conseguenza le velocità di trasferimento. 

L’esperimento condotto da Microsoft ha inoltre dimostrato che i data center possono essere alimentati interamente da energie rinnovabili, dato che tutta l'elettricità dell'isola di Orkney, dov’era immerso il data center, è generata da vento e raggi solari.

In un post pubblicato sul suo blog, uno dei membri a capo del team di ricerca Microsoft, Spencer Fowers, ha spiegato come i dati raccolti da questo esperimento possano essere utilizzati per migliorare la gestione dei consumi dei data center: 

“Siamo riusciti a cavarcela piuttosto bene in condizioni che molti data center di terra considererebbero inaffidabili. Speravamo di poter guardare ai risultati e arrivare alla conclusione che forse non è necessario creare delle infrastrutture incentrate principalmente su potenza e affidabilità”.

Ora che Microsoft è riuscita nel suo intento di mantenere in funzione un data center subacqueo per due anni si aprono molte possibilità per applicazioni di questo tipo, che potrebbero portare alla diffusione di strutture subacquee permanenti.

Via BBC